6 novembre 2010
Mons. Marcel Lefèbvre
Noi aderiamo con tutto il cuore e con tutta l'anima alla Roma cattolica custode della fede cattolica e delle tradizioni necessarie al mantenimento della stessa fede, alla Roma eterna, maestra di saggezza e di verità.
Noi rifiutiamo, invece, e abbiamo sempre rifiutato di seguire la Roma di tendenza neo-modernista e neo-protestante che si è manifestata chiaramente nel Concilio Vaticano II e dopo il Concilio, in tutte le riforme che ne sono scaturite.
Tutte queste riforme, in effetti, hanno contribuito e contribuiscono ancora alla demolizione della Chiesa, alla rovina del Sacerdozio, all'annientamento del Sacrificio e dei Sacramenti, alla scomparsa della vita religiosa, a un insegnamento neutralista e teilhardiano nelle università, nei seminari, nella catechesi, insegnamento uscito dal liberalismo e dal protestantesimo più volte condannati dal magistero solenne della Chiesa.
Nessuna autorità, neppure la più alta nella gerarchia, può costringerci ad abbandonare o a diminuire la nostra fede cattolica chiaramente espressa e professata dal Magistero della Chiesa da diciannove secoli.
"Se avvenisse - dice San Paolo - che noi stessi o un Angelo venuto dal cielo vi insegnasse altra cosa da quanto io vi ho insegnato, che sia anatema" (Gal. 1,8).
Non è forse ciò che ci ripete il Santo Padre oggi? E se una certa contraddizione si manifesta tra le sue parole e i suoi atti, così come negli atti dei dicasteri, allora scegliamo ciò che è stato sempre insegnato e non prestiamo ascolto alle novità distruttrici della Chiesa.
Non si può modificare profondamente la lex orandi senza modificare la lex credendi. Alla messa nuova corrisponde catechismo nuovo, sacerdozio nuovo, seminari nuovi, università nuove, Chiesa carismatica, pentecostale, tutte cose opposte all'ortodossia e al magistero di sempre.
Questa riforma, essendo uscita dal liberalismo e dal modernismo, è tutta e interamente avvelenata; essa nasce dall'eresia e finisce nell'eresia, anche se non tutti i suoi atti sono formalmente ereticali. E' dunque impossibile per ogni cattolico cosciente e fedele adottare questa riforma e sottomettersi ad essa in qualsiasi maniera.
L'unico atteggiamento di fedeltà alla Chiesa e alla dottrina cattolica, per la nostra salvezza, è il rifiuto categorico di accettazione della riforma. Per questo, senza alcuna ribellione, alcuna amarezza, alcun risentimento, proseguiamo l'opera di formazione sacerdotale sotto la stella del magistero di sempre, persuasi come siamo di non poter rendere servizio più grande alla Santa Chiesa Cattolica, al Sommo Pontefice e alle generazioni future.
Per questo ci atteniamo fermamente a tutto ciò che è stato creduto e praticato nella fede, i costumi, il culto, l'insegnamento del catechismo, la formazione del sacerdote, l'istituzione della Chiesa, della Chiesa di sempre e codificato nei libri apparsi prima dell'influenza modernista del Concilio, attendendo che la vera luce della Tradizione dissipi le tenebre che oscurano il cielo della Roma eterna.
Così facendo siamo convinti, con la grazia di Dio, l'aiuto della Vergine Maria, di San Giuseppe, di San Pio X, di rimanere fedeli alla Chiesa Cattolica e Romana, a tutti i successori di Pietro e di essere i fideles dispensatores mysteriorum Domini Nostri Jesu Christi in Spiritu Sancto. Amen.
+ Marcel Lefèbvre,
21 novembre 1974, nella festa della Presentazione di Maria SS.ma
3 ottobre 2010
La Messa che più ci piace
Come insegna il Concilio di Trento, la Messa è la ripresentazione del sacrificio stesso della Croce rinnovato misticamente sotto le apparenze del pane e del vino che diventano Corpo e Sangue di Gesù Cristo, tramite il ministero del Sacerdote. Tale Sacrificio della nuova ed eterna alleanza venne istituito e celebrato per anticipazione nel corso dell’Ultima Cena e realizzato in modo cruento sul Calvario. Messa e Calvario sono dunque il medesimo sacrificio, perché lo stesso Sacerdote offre la stessa Vittima nei due casi. Se sul Calvario Nostro Signore acquistò i meriti e le grazie per la salvezza del genere umano, è nella Messa che li distribuisce e li applica; e se sulla Croce offrì se stesso senza strumenti, nella Messa utilizza il Sacerdote umano Suo ministro. Quest’istituzione del Sacerdozio, tramite la quale degli uomini partecipano al Sacerdozio del Figlio di Dio incarnato, è contemporanea all’istituzione del Sacrificio, poiché nell’Ultima Cena il Cristo trasmise questo dono ai suoi Apostoli con il comando “Fate questo in memoria di me”. La Messa è rinnovazione di quel Sacrificio della Croce, e per ciò stesso fa memoria delle sofferenze patite dal Cristo ormai glorioso in quel Venerdì di Parasceve.
Quattro sono i fini del Sacrificio della Croce, e quindi di quello della Messa: la latria o adorazione, cioè l’atto di sottomissione a Dio e di riconoscimento della Sua assoluta sovranità; il ringraziamento per i benefici ricevuti; la propiziazione, cioè la supplica per ottenere il perdono dei peccati anche quanto alle pene che ne derivano, sia per noi sia per i defunti; e l’impetrazione, cioè la richiesta di grazie e di aiuti. Il Sacrificio è offerto a Dio solo, anche se può essere celebrato in onore dei Santi e richiedendo la loro intercessione.
La parte essenziale della Messa è la consacrazione del pane e del vino che diventano il Corpo e il Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo. Questa parte fu istituita da Gesù stesso dopo l’Ultima Cena, il Giovedì Santo, e da sola basta a produrre il Sacrificio della Croce.
Gli Apostoli e la Chiesa hanno aggiunto in seguito numerosi altri gesti e preghiere che servono a far capire meglio quello che succede nella Consacrazione, e ad esprimere le verità della fede concernenti in particolare il Sacrificio stesso, il Sacerdozio e la Presenza reale del Cristo nell’Eucaristia.
Il rito della Messa ha due parti principali: una istruttiva e l’altra sacrificale. Nella prima, cui anticamente erano ammessi anche i catecumeni, cioè coloro che si preparavano al Battesimo, si dispongono le anime al Sacrificio con preghiere, letture e predicazione. Nella seconda, riservata ai battezzati, avviene il mistero del Sacrificio di Gesù Cristo.
4 settembre 2010
Atlantide in Italia
«Stupisce - afferma il prof. Domenico Rotundo - che l’Agro Reggino, la terra più mitica d’Italia e d’Europa non sia stata oggetto di studio da chi, anche attraverso il mito, cerca di riconoscerne le verità contenute nei simboli, di ricostruire la storia dell’uomo, in particolare la storia delle origini postdiluviane, nella sua dimensione nascosta, quella che gli Antichi, gli Iniziati, hanno voluto occultare con le favole per meglio confondere i profani».
«Noi – prosegue lo studioso - abbiamo tentato di farlo, ci sembra con risultati apprezzabili. Siamo così pervenuti alla conclusione che l’élite sopravvissuta allo sprofondamento dell’Atlantide, dopo il Diluvio, si stabilì in Italia (già colonia del continente scomparso, come ha tramandato Platone) portando in salvo la Tradizione sapienziale, restaurando l’Età dell’Oro (Saturno e Giano-Enotrio) e la Regalità iniziatica (v. anche il mitico approdo in Italia, con la sua Arca, di Giano o Giove Licaone, il Giove del Diluvio). Da qui la localizzazione, nell’Agro Reggino e dintorni (che non a caso si trova al centro esatto del Mediterraneo e dove si verificano fenomeni naturali unici), del Regno di Italo (Giano-Noè), dei “Regni della Vita” da cui Vitalia, Italia), del Giardino delle Esperidi, dell’ “Origine degli Dei”, della Stanza delle Sirene e delle Nereidi, dei Campi del Sole dove pascolavano i “buoi” (nell’arcaica lingua greca=uomini e dunque uomini iniziati destinati a ripopolare e ricivilizzare il mondo, come scrive Catone nelle “Origini”) sacri ad Apollo, della dimora di Re Artù e della Fata Morgana (come non senza ragione ritenevano i Normanni), dell’incantato Castello di Klingsor…
Ce lo conferma non solo la tradizione classica, ma anche la tradizione nordica e celtica, quella mesopotamica, fenicia, ebraica, persiana, egizia, quella indoaria e persino, indirettamente, quella americana precolombiana. Fu, dunque, l’Agro Reggino il luogo di nascita del Giove storico (da cui anche Ovitalia, “Terra di Giove”) e del suo divin Figlio, Dioniso-Osiride. Non a caso, secondo i Pitagorici, il “Phallus” apportatore di Vita di Dioniso smembrato dai Titani, sarebbe approdato in Italia (Dioniso era detto “regnante in Italia” da Sofocle, era appellato “Reggino” da Orfeo di Crotone e dal neopitagorico Proclo, e dai Greci era ritenuto “il protettore della Grande Italia”).
E fu in Italia (nell’arcipelago delle Pelagie e di Malta allora unite) che Osiride-Dioniso fu crocefisso, esattamente come Gesù, il nordico Wotan-Odino e l’equivalente americano - persino nel nome - Wotan Odon. Tutto ciò, oltre a confermare quanto tramandato da Catone e cioè che l’Impero italico (di cui fu erede l’Impero Romano) al tempo dell’Età dell’Oro postdiluviana si estese in ogni angolo della Terra, si accorda con le antiche iscrizioni accadiche e sumere secondo le quali “all’epoca del Diluvio la Sovranità Celeste scese sulla Terra” e si sacrificò per la salvezza degli uomini. Non senza ragione Roma (i cui sommi sacerdoti o Cureti, residenti nella “Curia Calabra” presso la Reggia di Romolo, come tramandano Proclo e Callimaco, venivano scelti esclusivamente fra i Reggini, famosi per la pietà verso gli Dei, i quali si erano presi cura di Giove Fanciullo) divenne la sede per eccellenza del Rappresentante sulla Terra di Gesù Cristo, discendente diretto di Saturno Sabazio o Dioniso, equivalente a Sem, capostipite degli Arabi e degli Ebrei, i quali chiamavano l’Italia “l’Isola della rugiada divina” e la “Grande Terra”.
Non senza ragione Omero localizzò nell’area dello Stretto di Messina il favoloso Regno dei Feaci la cui capitale Skeria (Reggio) fu anche la patria dimenticata di Ulisse (nipote del reggino Eolo, Re dei Venti) che vi ritornò a morire; quegli stessi Feaci che nell’Agro Reggino custodivano gelosamente il Corno di Amaltea nutrice di Giove, il Vello d’Oro conquistato dall’eolide Giasone (Diomede) nel Giardino delle Esperidi, la Coppa del Graal… Ed è da quei Feaci o Sicani o Ausoni eredi di Atlantide (il cui nome risuona in quello di Italia: lo stesso Italo primordiale fu detto pure Saturno-Atlante) che discendevano i Troiani, i Galli-Celti, i Dalmati, gli ultimi Grecanici di Gallicianò in Aspromonte…
Nel volume si tratta anche, fra l’altro, della vera identità della dea Roma, figlia di Italo, e della vera identità del Nettuno che creò lo Stretto di Messina; del carattere solare-olimpico, legato ai miti delle origini, dell’arcaica cultura greco-reggina (da cui i Bronzi di Riace) e della sua diffusione nell’intero bacino del Mediterraneo e nell’Europa del Nord; della storia di Reggio prima di Anassilao, ricostruita anche sulla base dei miti; degli intensi rapporti fra la Città della Fata Morgana e l’Egitto dei Faraoni, nonché dai fraterni legami fra la stessa, Alessandria d’Egitto (progettata dal pitagorico reggino Diocle) e Roma».
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