NULLA VERITAS SINE TRADITIONE


19 maggio 2023

La leggenda di Ys

 


La Bretagna, importante regione situata a nord-ovest della Francia, è legata alla leggenda della mitica isola di Ys, situata nella baia di Douarnenez, che in bretone significa appunto “territorio dell’isola“. Il nome “Ys“, invece, potrebbe derivare dal francese arcaico “isle” che significa infatti “isola”.

Nei secoli antichi, l’isola di Ys esisteva veramente, ma nel V secolo d.C. venne completamente sommersa dalla marea e cancellata dalla carta geografica, a causa di un terribile maremoto. Le sue rovine sono ancora visibili in fondo all’Oceano Atlantico e per molti secoli si è continuato a pregare e celebrare messe per l’anima dei suoi defunti abitanti.

Questo evento storico ha dato vita ad un’affascinante leggenda secondo cui quest’isola, situata sotto al livello del mare, riuscisse inizialmente a rimanere perfettamente asciutta grazie a un sistema di dighe ben chiuse a chiave che la proteggevano dall’acqua.

Il re dell’isola era il buon Gradlon, nome talvolta tradotto come “Grallon “. Questo re era saggio e giusto, e si era trasferito sull’isola dalla Cornovaglia, regione della Gran Bretagna.

Un giorno affidò le chiavi delle dighe alla sua unica e bellissima figlia Dahud (o Dahut). Di questa principessa si diceva che avesse una straordinaria bellezza ma anche un atteggiamento dissoluto, e che fosse dedita a riti pagani, se non addirittura alla stregoneria.

Per questo, di lei si innamorò il Diavolo, che venne a trovarla travestito da giovane e affascinante straniero. Egli riuscì a plagiarla durante un ballo e a convincerla a cedergli le chiavi che il padre le aveva affidato (secondo un’altra versione, gliele sottrasse di nascosto durante il ballo). Dopodiché, il diavolo le usò per aprire le dighe dell’isola e, una volta avvenuto il misfatto, questa venne completamente sommersa dall’acqua e distrutta.

Riuscirono a salvarsi solamente il re e pochi abitanti, a scapito, però, della vita della principessa Dahud: infatti, per salvare la sua anima posseduta dal demonio, San Guénolé (o addirittura Dio in persona, secondo altre versioni) ordinò al re di gettarla in mare per liberarla dalla sua possessione diabolica.

La principessa non morì ma venne trasformata in una sirena che continuò ad abitare l’oceano e ad affascinare i marinai col suo canto.

Questa leggenda vuole dare una spiegazione soprannaturale a un evento storico realmente avvenuto ma anche mettere in guardia dal peccato e dai riti pagani. Nata nel V secolo d.C., quando in Bretagna avvenivano le prime conversioni al Cristianesimo, la leggenda vuole dimostrare come il paganesimo e la vita dissoluta siano fonte di tragedie e sofferenze.

In questa leggenda viene anche menzionato San Guénolé, il patrono di Quimper, la città che sorge vicino alle rovine dell’isola. Il suo nome viene talvolta tradotto in italiano come “Corentino”, un importante personaggio storico che nacque in Cornovaglia e migrò in Bretagna all’inizio del V secolo.

Egli fu eremita e vescovo di Quimper, ordinato proprio dal suo amico, il leggendario re Gradlon. Si racconta che la loro amicizia nacque quando il re smarrì la strada durante una battuta di caccia e capitò nell’eremo del santo, il quale lo sfamò con del pesce appena pescato.

Molto probabilmente anche questa leggenda è un’allusione alla conversione dei Britanni al cristianesimo: il re Gradlon, dedito ai culti pagani, aveva metaforicamente “smarrito la via” alla ricerca della verità. Si era poi imbattuto nell’eremo di Guénolé, il quale gli aveva fatto conoscere Gesù Cristo simboleggiato dalla figura del “pesce” (in greco “ichthýs“, parola formata dalle iniziali di “Iesùs Christòs Theù Hyiòs Sotèr “: Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore).

Questa leggenda, assieme alle storie del “Ciclo Bretone” della “Chanson de Geste” su Camelot e i Cavalieri della Tavola Rotonda, è una delle testimonianze del particolare periodo storico che segna il passaggio tra l’Epoca Classica e il Medioevo, periodo contraddistinto da grandi invasioni e alterazioni culturali, ma soprattutto dalla conversione delle tribù barbariche dal Paganesimo al Cristianesimo.


14 aprile 2023

Non abbiamo fratelli maggiori

 


L’Antica Alleanza è ancora valida? Gli ebrei devono convertirsi a Cristo? Che cos’è veramente Israele? Chi sono i giudaizzanti? Ha senso parlare di “radici giudaico-cristiane”?

Perché l’Antica Alleanza è stata revocata e gli ebrei hanno bisogno di Gesù per salvarsi.

Il libro di don Curzio Nitoglia mostra gli errori di Ratzinger e Bergoglio riguardo al problema ebraico/talmudico, affrontando, in maniera specifica: la questione del “Deicidio”; il problema se i giudei crocifissori di Gesù sapessero che Egli era Dio; quale sia l’atteggiamento di Dio nei confronti del Giudaismo religione post-biblica dopo il Deicidio; il grave problema di Fede che la Dichiarazione “Nostra aetate” pone alla coscienza dei cattolici fedeli; infine – studiando questi quattro quesiti alla luce della teologia cattolica tradizionale – la questione del giudeo-cristianesimo e dei cristiani giudaizzanti, purtroppo convogliati, autorizzati e spinti a “giudaizzare” tranquillamente da Bergoglio in maniera esplicita e ancor più da Ratzinger in maniera quasi occulta o occultata.

Il 28 ottobre del 1965 venne promulgata la dichiarazione conciliare “Nostra aetate” sui rapporti tra Giudaismo post-biblico o talmudico (ben distinto dal Vecchio Testamento) e Cristianesimo. A partire da essa vi è stata una vera “sovversione” della dottrina cattolica sul tema della contro-religione giudaica-post-cristiana.

Giovanni Paolo II ha fatto di “Nostra aetate” il “cavallo di battaglia” del suo lungo pontificato e l’ha diffusa dappertutto. Egli – appena due anni dopo la sua elezione pontificia – ha dichiarato, alla luce di “Nostra aetate”, che “l’Antica Alleanza non è stata mai revocata” (Discorso di Magonza, 17 novembre 1980) e, sei anni dopo, che “gli ebrei sono fratelli maggiori dei cristiani nella Fede di Abramo” (Discorso alla sinagoga di Roma, 13 aprile 1986).

A partire da queste due asserzioni (oggettivamente contrarie alla fede cattolica), sia Benedetto XVI sia Francesco non solo hanno ribadito i medesimi errori ma – come spiega don Curzio Nitoglia nel suo libro – ne hanno esplicitati dei nuovi (“gli ebrei post-biblici non hanno bisogno di Gesù per salvarsi”), già contenuti virtualmente in esse e in “Nostra aetate”.

La dottrina cattolica insegna, al contrario: 1. che gli ebrei sono fratelli maggiormente separati dei cristiani e non loro fratelli maggiori nella fede; 2. che l’Antica Alleanza è stata rimpiazzata dalla Nuova ed Eterna Alleanza; 3. che tutti gli uomini (ebrei compresi) hanno bisogno di Gesù (unico Redentore universale dell’umanità) per salvarsi.

Infine – nei primi mesi dell’anno 2019 – è stato pubblicato il libro “La Bibbia dell’Amicizia. Brani della Torah/Pentateuco commentati da ebrei e cristiani” con una “Prefazione” a cura di Bergoglio. Subito dopo – verso il mese di aprile del medesimo anno – è uscito un secondo libro sullo stesso tema, intitolato “Ebrei e Cristiani”, scritto da Benedetto XVI in collaborazione col rabbino-capo di Vienna, Arie Folger.

In questi due libri Francesco e Benedetto XVI spargono numerosi errori, se non vere e proprie eresie materiali, riguardo alla Fede nella divinità di Cristo, alla Ss. Trinità, ai rapporti tra Antico e Nuovo Testamento, alla Redenzione universale di Gesù e al dogma “Extra Ecclesiam nulla salus!”.


12 marzo 2023

Abramo e le Storie Tese

 


Secondo quanto narrato nella Bibbia, Sara, moglie di Abramo, seguì il marito da Ur ad Harran e poi in Egitto:

Venne una carestia nella terra e Abram scese in Egitto per soggiornarvi, perché la carestia gravava su quella terra. Quando fu sul punto di entrare in Egitto, disse alla moglie Sarài: «Vedi, io so che tu sei donna di aspetto avvenente. Quando gli Egiziani ti vedranno, penseranno: «Costei è sua moglie», e mi uccideranno, mentre lasceranno te in vita. Di', dunque, che tu sei mia sorella, perché io sia trattato bene per causa tua e io viva grazie a te».

Quando Abram arrivò in Egitto, gli Egiziani videro che la donna era molto avvenente. La osservarono gli ufficiali del faraone e ne fecero le lodi al faraone; così la donna fu presa e condotta nella casa del faraone. A causa di lei, egli trattò bene Abram, che ricevette greggi e armenti e asini, schiavi e schiave, asine e cammelli. Ma il Signore colpì il faraone e la sua casa con grandi calamità, per il fatto di Sarài, moglie di Abram. Allora il faraone convocò Abram e gli disse: «Che mi hai fatto? Perché non mi hai dichiarato che era tua moglie? Perché hai detto: «È mia sorella», così che io me la sono presa in moglie? E ora eccoti tua moglie: prendila e vattene!». Poi il faraone diede disposizioni su di lui ad alcuni uomini, che lo allontanarono insieme con la moglie e tutti i suoi averi. (Genesi 12, 10-20)

Come visto, Sara fu intenzionalmente ceduta al faraone da Abramo, avendo egli stesso affermato che fosse sua sorella e non sua moglie, ma “il Signore” punì il faraone e questi dovette restituirla al marito.

Dal punto di vista etico e, in particolare, della morale cristiana, il giudizio sulla questione non può che essere fortemente negativo.

Abramo non si fece alcuno scrupolo nel cedere la propria moglie, oltretutto con l'inganno, allo scopo di ottenere dei meri vantaggi materiali, ma la cosa ancora più singolare è che, a seguito di ciò, “il Dio di Abramo” punì severamente l'ignaro faraone e non lo spregevole “patriarca”.

Ne consegue che “il Dio di Abramo” non è lo stesso Dio rivelatosi in Gesù Cristo, e che il Vecchio Testamento non può costituire il fondamento del Cristianesimo.

Ma vi è di più: giunti in Palestina, Sara, ormai in età avanzata e senza prole, spinse Abramo ad avere dei figli con la schiava egiziana Agar.