NULLA VERITAS SINE TRADITIONE

13 settembre 2014

Sinistre coincidenze

 

Una volta accantonata la "Minerva", l'Università "La Sapienza" di Roma rimpiazzò il tradizionale simbolo dell'ateneo con il "Cherubino",



icona che intenderebbe rappresentare "la pienezza del sapere", ma che, in realtà, altro non è se non l'immagine dell'angelo ribelle conosciuto come Lucifero, il portatore di "luce" e "conoscenza", come comprovato dalla fiammella posta sulla sua fronte.
Non a caso, qualche anno fa, si è ritenuto addirittura più idoneo evolvere l'inquietante effigie nell'attuale emblema, tratteggiante il satanico caprone.

   

Fortuita coincidenza? Pensiamo proprio di no, visto che la Guerra è già cominciata da un pezzo...

21 giugno 2014

Quis ut Deus ?



Un giorno, Gesù disse a Santa Margherita Maria Alacoque queste aspre parole:

«Ecco quel Cuore che ha talmente amato gli uomini, da non aver risparmiato nulla, fino a esaurirsi e consumarsi, per testimoniare a loro il proprio amore. Ma dalla maggior parte di loro non ricevo in risposta che ingratitudini per le loro irriverenze e sacrilegi e per la freddezza e disprezzo che hanno verso di Me nell’Eucaristia. Quello che più mi ferisce, è che così agiscono anche cuori consacrati. Per questo, ti chiedo che, il primo venerdi successivo all’ottava del Corpus Domini, venga dedicato a una festa particolare per onorare il mio Cuore, comunicandosi in quel giorno, per ripararlo dagli insulti che ha ricevuto nel tempo in cui viene esposto sugli altari. Ti prometto che il mio Cuore si dilaterà per diffondere con abbondanza gli influssi del suo divino amore su coloro che lo onoreranno in questo modo».

«Questo Cuore divino regnerà, nonostante tutti coloro che vorranno opporglisi; Satana finirà umiliato con tutti i suoi seguaci».

«Osserva in quale stato mi riduce il mio popolo eletto, da me destinato a placare la mia giustizia, e che invece segretamente mi perseguita! Se esso non si pente, lo punirò duramente. Una volta preservati i miei giusti, immolerò tutti gli altri al furore della mia collera».

13 maggio 2014

I Martiri Cistercensi di Casamari



Mentre al di là del Tevere vengono canonizzati dei personaggi che hanno mancato al proprio ministero, scendendo a patti con nemici ed eretici, noi vi raccontiamo la storia di quei veri servi di Dio che non ebbero esitazione alcuna ad immolare se stessi, piuttosto che tradire e rinnegare Nostro Signore Gesù Cristo. Eppure, malgrado le centinaia di miracoli esaurientemente documentati, costoro non sono stati proclamati santi nè beati. Vergogna!


I Martiri Cistercensi di Casamari
Casamari, † 13 maggio 1799

Il contesto storico
Il 23 gennaio 1799, le truppe francesi del generale Championnet occuparono Napoli, proclamando la Repubblica Partenopea. Nel successivo mese di aprile, i Francesi subirono però delle sconfitte in Lombardia, nella guerra contro l’Austria, che determinarono l’abbandono prima di Napoli e poi del Regno delle Due Sicilie. Le truppe di Championnet iniziarono quindi a risalire la Penisola, lasciando soli i patrioti della Repubblica Partenopea, che cadde definitivamente il 19-23 giugno, dopo un’eroica resistenza. Nonostante le promesse fatte dal cardinale Ruffo, il re, una volta tornato a Napoli, fece condannare a morte più di cento patrioti. Le truppe francesi, incalzate dall’avanzare del riorganizzato esercito borbonico e dalla presenza della flotta inglese, ancorata nelle isole di Ischia e di Procida, presero la via del ritorno, risalendo la strada litoranea attraverso Gaeta e Terracina. Un distaccamento di circa 15.000 soldati prese però la strada interna, giungendo il 10 maggio a Cassino, evacuata dagli abitanti, rifugiatisi sui monti. 
La millenaria abbazia benedettina di Montecassino fu devastata, saccheggiata e profanata, ma, fortunatamente, anche i monaci si erano messi in salvo, portando via gli oggetti più preziosi. 
La ritirata continuò nella provincia di Frosinone: Aquino, Roccasecca e Arce, furono anch'esse saccheggiate l’11 maggio. I Francesi, anziché deviare per Ceprano, si diressero a Isola del Liri, dove, il 12 maggio, perpetrarono ogni sorta di violenza, saccheggio, profanazione di chiese e distruzioni varie, questa volta con un efferato eccidio di oltre 500 abitanti, i quali avevano cercato di opporre una debole resistenza. 
Il 13 maggio, mentre la truppa riprendeva la strada per il nord, un gruppo di venti soldati sbandati penetrò all’interno dell’Abbazia di Casamari, alla ricerca di altro bottino.
L’Abbazia di Casamari, posta in una frazione del Comune di Veroli, appartiene all’Ordine Cistercense. In questo gioiello dell’arte gotico-borgognona, cenobio insigne di spiritualità, viveva la comunità dei monaci sotto la guida del priore padre Simeone Cardon. Il 13 maggio 1799, il clima era di paura, per le notizie degli eccidi e le devastazioni perpetrate dalla soldataglia francese. Alle otto di sera, mentre la comunità si accingeva al canto della ‘compieta’, che precede il grande silenzio della notte del monastero, il drappello di una ventina di soldati francesi irruppe all’interno dell’abbazia. 
Mentre quasi tutti scappavano spaventati, cercando un rifugio, sei monaci, coraggiosamente ed eroicamente, restarono a difesa dell’Eucaristia, tentando di nascondere le sacre pissidi o riparando alle profanazioni, raccogliendo le particole consacrate disperse sull’altare e per terra. La soldataglia atea sfogò su di loro la rabbia di non trovare denaro ed oggetti preziosi, tranne i sacri calici difesi dai monaci, e a colpi di sciabola, baionetta, fucile, uccise i sei cistercensi prima di lasciare l’abbazia. 
I corpi dei sei martiri furono poi sepolti dai confratelli, ritornati dopo il pericolo. Attualmente, le loro spoglie riposano nella chiesa abbaziale. Una serie di bei dipinti, opera di Mario Barberis, custoditi nel Museo dell’Abbazia, illustrano alcune fasi del martirio. Di seguito, si elencano i loro nomi, con brevi cenni biografici per ciascuno: Priore padre Simeone Cardon, padre Domenico Zawrel, fra' Maturino Pitri, fra' Albertino Maisonade, fra' Modesto Burgen, fra' Zosimo Brambat. 


Padre Simeone Cardon
Priore e cellerario, nacque a Cambrai. Monaco benedettino a Parigi, durante la Rivoluzione, fuggì dalla Francia e, il 5 maggio 1795, raggiunse rocambolescamente Casamari, dove vestì l’abito cistercense. 
Per bontà ed esemplarità di vita fu nominato prima economo e successivamente priore dell’abbazia. All’approssimarsi dell’esercito francese in ritirata, dapprima decise di fuggire con i monaci, ma poi esortò gli stessi a rimanere. 
Il 13 maggio accolse il drappello degli sbandati e distribuì loro cibo e bevande, ma davanti alla loro furia distruttiva, si nascose nell’orto. Riavutosi, ritornò nella sua cella, dove fu assalito dai soldati che reclamavano i tesori del monastero. Fu ferito alla testa ed alle mani, mentre cercava di parare i colpi di sciabola. 
Morì verso le sette del mattino seguente. Aveva cinque ferite: due colpi di baionetta nel corpo, un colpo di sciabola nella testa, uno sul braccio destro e uno sulla coscia sinistra.
Padre Domenico Zawrel
Maestro dei novizi, nato a Codovio, in diocesi di Praga, fu dapprima religioso domenicano della Congregazione di Santa Sabina di Praga. Arrivò a Casamari nel maggio 1776; il mese seguente ricevette l’abito di novizio e l’anno dopo professò i voti solenni. 
Nella tragica notte del 13 maggio raccolse per due volte le sacre specie sparse in terra, prima nella chiesa, poi nella cappella dell’infermeria, dove rimase in adorazione con altri due confratelli, fra' Albertino e fra' Desidero. Furono sorpresi da tre soldati, che gettarono per terra le particole, uccisero con due colpi di sciabola fra' Albertino, ferirono gravemente fra Desidero, “e infine lasciarono morto ai loro piedi anche il padre Domenico, dopo avergli tirati più colpi di spada sul capo ed in altre parti del corpo; subito spirò nella medesima cappella dicendo: Jesus Maria”


Fra' Maturino Pitri
Oblato di Fontainebleau, figlio di uno dei giardinieri del re di Francia, fu arruolato e poi destinato alla campagna in Italia. 
Nel gennaio del 1799 fu colpito da una terribile asma e da febbre, e fu ricoverato, con altri undici commilitoni, nell’ospedale “La Passione” di Veroli. 
Dichiarato prossimo alla morte, si confessò al Padre Simeone Cardon, che era capitato nell’ospedale, e gli dichiarò di voler vestire, se fosse guarito, l’abito cistercense. 
Tre giorni dopo, perfettamente guarito, fu nascosto per una notte nell’appartamento del curato dell’ospedale, don Giuseppe Viti, e di buon mattino fu poi accompagnato a Casamari. 
Il 13 maggio, raggiunto da un colpo di fucile nel corridoio del noviziato, si trascinò e morì nella sua cella.
Fra' Albertino Maisonade
Corista, francese di Bordeaux, dopo lo scoppio della Rivoluzione fuggì e si portò a Casamari, dove fu ricevuto ed ammesso fra i monaci del coro. 
Nel novembre del 1792 vestì l’abito di novizio e nell’anno successivo emise la professione semplice, secondo un privilegio, allora specialissimo, concesso alla Comunità di Casamari. 
Esemplare negli atti di vita comunitaria, manifestò sempre una devozione profonda per l’adorazione del Sacramento dell’altare. Il 13 maggio, all’arrivo dei francesi, invece di fuggire si ritirò in adorazione davanti al Santissimo Sacramento, che era stato profanato nuovamente nella cappella dell’infermeria. 
Raggiunto dai soldati francesi, fu colpito e finito a colpi di sciabola sul posto, con padre Domenico Zawrel. 


Fra' Modesto Burgen
Converso, francese di Borgogna, fu dapprima religioso nell’abbazia cistercense di Settefonti. Durante la Rivoluzione, fuggì e si portò a Casamari, dove fu accolto fraternamente. Nel gennaio 1796 fu ammesso al noviziato e nell’anno seguente emise i voti semplici. Anch’egli religioso di vita esemplare, in quell’infausto 13 maggio fu inseguito nel corridoio del noviziato, dove fu raggiunto da un colpo di fucile e poi finito a colpi di sciabola.
Fra' Zosimo Brambat
Converso, milanese di nascita, chiese, alla fine del 1792, di essere ricevuto in Casamari. Trascorse due anni, secondo la consuetudine, con l’abito di oblato. Nel novembre 1794 fu ammesso al noviziato e nell’anno successivo emise la professione semplice nelle mani dell’abate Pirelli. 
In quel terribile 13 maggio 1799 fu dapprima raggiunto da un colpo di fucile e poi da colpi di sciabola mentre, nel disbrigo di un’obbedienza, “passava per la saletta per andare in refettorio, e avanti la scala della farmacia”. 
Riuscì tuttavia a nascondersi, ma tre giorni dopo, il 16 maggio, morì poco fuori delle mura del monastero, dopo essersi incamminato alla volta di Boville per ricevere il sacramento dell’Unzione degli infermi. 


(Tratto da un articolo di Antonio Borrelli)