Forse, lassù, Qualcuno comincia davvero a seccarsi.
19 maggio 2013
Dietro-front
Non poche perplessità, aveva
suscitato in noi la prima versione dello stemma di papa Francesco. Alla stella
a cinque punte, presunto riferimento alla stella
maris della Beata Sempre Vergine Maria, faceva infatti compagnia il
maldestro disegno che, nonostante apparisse in tutto somigliante ad un grappolo
d'uva, qualcuno voleva far passare per un (improbabile) fiore di nardo, simbolo
di San Giuseppe.
Non per nulla, avevamo visto,
in questa nuova icona di una chiesa cattolica ormai decadente, il sigillo
conclusivo della vicina Apocalisse: quella stella a cinque punte che stella non
è, in quanto "pentacolo", connesso al pianeta Venere (conosciuto anche
come Lucifero) nonchè simbolo distintivo della Inimica Vis, emblema di cui quel grappolo d'uva, raffigurazione del
dio Bacco, non poteva essere altro che
il degno compare di blasone.
Ebbene, dirà qualcuno, quale
novità in una chiesa pervicacemente votata al modernismo gaudente? Nessuna,
rispondiamo noi.
Fatto stà che una "vocina",
probabilmente sussurrata dallo Spirito Santo, deve essere arrivata alle
orecchie di qualche prelato, senza dubbio più avveduto, tanto è vero che lo
stemma papale è stato prontamente emendato. La stella maris, allegoria
della Vergine, è stata tramutata in una stella ad otto punte (quindi più vicina
alla stella-sole), mentre il fiore di
nardo è stato ridisegnato in maniera compiuta e non assomiglia più
all'originario grappolo.
Forse, lassù, Qualcuno comincia davvero a seccarsi.
Forse, lassù, Qualcuno comincia davvero a seccarsi.
14 aprile 2013
I due papi
"Vidi anche il rapporto tra i due papi... Vidi quanto sarebbero
state nefaste le conseguenze di questa falsa
chiesa. L’ho veduta aumentare di
dimensioni; eretici di ogni tipo
venivano nella città [di Roma]. Il clero locale diventava tiepido, e
vidi una grande oscurità... Allora la visione sembrò estendersi da ogni parte.
Intere comunità cattoliche erano oppresse, assediate, confinate e private della
loro libertà. Vidi molte chiese che venivano chiuse, dappertutto grandi
sofferenze, guerre e spargimento di sangue. Una plebaglia selvaggia e ignorante
si dava ad azioni violente. Ma tutto ciò non durò a lungo". (13 maggio
1820)
"Vidi ancora una volta che la Chiesa di Pietro
era minata da un piano elaborato dalla setta
segreta, mentre le bufere la stavano
danneggiando. Ma vidi anche che l’aiuto sarebbe arrivato quando le afflizioni
avrebbero raggiunto il loro culmine. Vidi di nuovo la Beata Vergine ascendere
sulla Chiesa e stendere il suo manto su di essa. Vidi un Papa che era mite e al
tempo stesso molto fermo... Vidi un grande rinnovamento e la Chiesa che si
librava in alto nel cielo".
"Vidi una strana
chiesa che veniva costruita contro
ogni regola... Non c’erano angeli a vigilare sulle operazioni di costruzione.
In quella chiesa non c’era niente che venisse dall’alto... C’erano solo
divisioni e caos. Si tratta probabilmente di una chiesa di umana creazione, che
segue l’ultima moda, così come la nuova chiesa
eterodossa di Roma, che sembra
dello stesso tipo...". (12 settembre 1820)
"Ho visto di nuovo la strana grande chiesa che
veniva costruita là [a Roma]. Non c’era niente di santo in essa. Ho
visto questo proprio come ho visto un movimento guidato da ecclesiastici a cui
contribuivano angeli, santi ed altri cristiani. Ma là [nella strana chiesa] tutto il lavoro veniva fatto meccanicamente. Tutto veniva fatto secondo la ragione
umana... Ho visto ogni genere di persone, cose, dottrine ed opinioni..."
16 marzo 2013
Un Grande di tutti i tempi: Baldovino IV
Un grande eroe sul trono della
Gerusalemme crociata,
“piagato” nel corpo, forte nella fede.
Era un male terribile, la lebbra. Chi
ne era colpito doveva indossare mantelli gialli e verdi e attaccare alle
proprie vesti un campanello. Veniva isolato e respinto, perché nel corpo
piagato si credeva di riconoscere Un tremendo castigo di Dio. Anche Baldovino
IV, salito al trono di Gerusalemme nell’anno 1174, era lebbroso. A scoprirlo
era stato il suo maestro Guglielmo, arcivescovo di Tiro, quando, osservandolo giocare
con i suoi compagni, si era accorto della sua anomala resistenza al dolore. Lo
descrive allora con amara consapevolezza: giovane, bello, dotato di solida
memoria e prontezza di spirito, ma irrimediabilmente sventurato. Baldovino è
soprattutto un cavaliere, educato per condurre azioni di guerra; in più lo
illumina una fede sincera. Costretto a succedere al padre Amalrico a soli
tredici anni e gia ammalato di lebbra, si mostra consapevole del proprio
difficile ruolo e della situazione delicata in cui versa il regno crociato di
Gerusalemme. La progressiva unione della Siria e dell’Egitto sotto l’unica
autorità del Saladino lo obbliga subito a scelte difficili e rischiose. Sin dal
1175 il giovane re impegna con il suo formidabile antagonista un confronto serrato.
Autore di fortunate scorrerie verso Damasco, nel 1176 avanza veloce sino ad
Aleppo, in pieno territorio siriaco. Poi si ritira nelle città della costa e
medita, con lungimiranza politica, di colpire direttamente l’Egitto grazie a
un’alleanza con Bisanzio, che non si realizzerà per la morte precoce
dell’imperatore Manuele Comneno. L’anno successivo fronteggia tempestivamente
le agguerrite schiere nemiche e a Montgisard, dopo aver chiesto il soccorso
delle disciplinate forze Templari, si lancia con le poche truppe a sua
disposizione contro i reparti musulmani, issando come stendardo la reliquia
della Vera Croce. Infligge al Saladino una durissima sconfitta. Quindi per
arginare il continuo pericolo di invasioni, si dedica alla costruzione di
castelli sulla frontiera con la Siria. Come i grandi condottieri del suo tempo
e come prevedeva il costume di guerra, sapeva essere spietato: a Montgisard fa
giustiziare i nemici sbandati sul campo di battaglia. È tuttavia capace di
gesti generosi, come quando libera 160 prigionieri arabi, dopo averli
completamente rivestiti. Sul suo regno incombono pericoli esterni e si palesano
— ben più gravi — debolezze interne. Baldovino deve districarsi tra le mire
delle diverse fazioni, contenendo l’irruenza bellicosa e dissennata di Rinaldo
di Châtillon, signore di Kerak, e quindi le manovre dinastiche dell’inetto
cognato Guido di Lusignano, cui opporrà nel 1180 il giovanissimo nipote
Baldovino V.
La lebbra intanto prosegue
inarrestabile il suo corso, ma ancora nel 1183, quasi cieco e immobilizzato
negli arti superiori, partecipa, trasportato in lettiga, alla liberazione del
castello di Moab. La vittoria è siglata da un ingresso trionfale nella fortezza
recuperata. Poi per il re lebbroso comincia la lunga agonia. Muore il 16 marzo
1185 e viene sepolto nella chiesa del Santo Sepolcro. Con lui si spengono molte
speranze di sopravvivenza per il regno di Gerusalemme.
di Renato Mambretti
di Renato Mambretti
(da "Il Timone" n. 52, aprile 2006)
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