NULLA VERITAS SINE TRADITIONE

15 aprile 2017

Lo Hiéron du Val d'Or



Regalità sociale di Cristo

Nel dicembre 1925, in Europa, è promulgata da Pio XI l’enciclica Quas primas, che introduce una liturgia per celebrare Cristo Re. Essa concludeva una serie di iniziative promosse da varie associazioni, tra le quali “La società del Regno Sociale” di Paray-le-Monial, l’opera per intronizzare il Sacro Cuore nelle famiglie e in vari ordini religiosi. Tutti si proponevano di rivendicare e affermare la “regalità sociale di Cristo”. Con questa espressione, non solo si riconsidera il lavoro in senso cattolico, ma si vuole estendere il regno di Cristo alla Terra. Fra i principali promotori dell’impresa c’è il gesuita Henri Ramiere, che dal 1879 pubblicherà una serie di saggi sull’ordine sociale cristiano. Il suo pensiero è ispirato a SantAgostino e a Bossuet, alla luce di una tesi di de Maistre. L’espressione “regalità sociale di Cristo” appare come una variante terminologica della medievale “societas christiana” ma con due differenze: riconosce la limitatezza storico-geografica della prima e manifesta la necessità di proiettare a livello planetario l’idea di una società cristiana ierocratica, che dava al papato il controllo supremo della sfera morale.




Devozione al Sacro Cuore

E’ un progetto politico-religioso intimamente connesso con la venerazione del Sacro Cuore, al punto che varie opere che teorizzano l’avvento del Sacro Cuore di Cristo sono intitolate a questo. Non a caso, le tappe dell’affermazione ideologica del regno sociale di Cristo coincidono quasi con quelle dell’imporsi nel mondo cattolico della venerazione del Sacro Cuore:
- 1856 - decreto emesso da Pio IX, che estende alla Chiesa intera la venerazione del Sacro Cuore;
- 1873 - l’Assemblea Nazionale francese dichiara di pubblica utilità la basilica del Sacro Cuore da costruire;
- 1899 - Enciclica Annum Sacrum, in cui Leone XIII annuncia la prossima consacrazione del genere umano al Sacro Cuore di Gesù;
- 1917 - Consacrazione delle nazioni dell’intesa del Sacro Cuore compiuta a Paray-le-Monial, luogo delle apparizioni di Gesù a Margherita Maria Alacocque.
Il fenomeno della devozione al Sacro Cuore è complesso. Rappresenta una reazione del mondo cattolico alla secolarizzione e alla scristianizzione originate dalla Rivoluzione Francese. Il tema del Sacro Cuore era colorato monarchicamente e collegato con una prospettiva controrivoluzionaria cattolica e legittimista. Nel 1870, dopo la sconfitta di Sedan e la Comune di Parigi, la nazione francese è consacrata al Sacro Cuore come riparazione dovuta all’offesa a Cristo. Con questi temi si intrecciano una tendenza individualistica di tipo sentimentale e colorista e una esoterizzante degli studi sul Sacro Cuore.




Paray-le-Monial e Palaiòs Logos

Dal 1873 questa cittadina francese diviene oggetto di pellegrinaggi. E’ il luogo delle visioni di Margherita Maria, dove quell’anno vanno più di duecentomila persone per riparare l’offesa della Comune di Parigi. A fine giugno, il padre gesuita Victor Drevon incontra un giovane aristocratico ispano-russo, il barone Alexis de Sarachaga, con il quale decide di fondare una nuova opera di devozione. I due gettarono le basi di quello che sarebbe diventato lo Hieron du Val d’Or, un santuario. All’inizio, le gerarchie cattoliche appoggiano i due. Lo scopo di Sarachaga era promuovere il Cristo Re sulla terra. Ma essa era divenuta una lotta escatologica, intesa come l’ultima per contrastare l’avvento dell’Anticristo, instaurando, prima della venuta di Gesù alla fine dei tempi, una nuova era nel segno del Regno Sociale di Cristo. Inoltre appaiono alcune variazioni dottrinali. Si riscopre la tradizione primordiale anteriore al Cristianesimo, recuperando una sorta di cattolicesimo prima di Cristo, disvelando simboli. Ciò avrebbe accreditato la sua crociata. Compaiono varie riviste in suo supporto. Scoperte di segni tellurici, nuovi spunti dottrinali, vogliono integrare il remoto passato tradizionale col cristianesimo, che sarebbe nato in Atlantide. La dottrina di cui si parla viene chiamata palaiòs logos = l’antico verbo. Non a caso, Paray-le-Monial si trova nell’antico paese della tribù gallica degli Edui, che era sempre stato il vero centro spirituale della Francia. Si calcolava poi il ritorno di Cristo sulla terra nel 2000 (quarto ciclo del Graal). Tali cose suscitarono riprovazione in varie parti del clero francese. Ma ciò non impedì che ricevesse riconoscimenti papali, vedi Leone XIII, tanto che i successori di Sarachaga furono impegnati per la proclamazione dell’enciclica Quas primas.



Liberamente tratto da Ascesi esicasta (riassunto) di Dario Gemini

12 marzo 2017

Il faraone eretico Akhenaton, Mosè e la “vera storia” dell’esodo biblico



di Roberto Cozzolino

Esiste un particolare momento della mitologia ebraica, noto come “esodo”, che, secondo la versione biblica, farebbe riferimento alla fuga delle popolazioni ebraiche dall’Egitto dei faraoni, alla ricerca, sotto la guida di Mosè, della “terra promessa”, ad essi garantita in virtù di un “patto” stipulato con il loro dio.

Si tratta di una storia puramente ipotetica, mancando in parte di oggettivi riscontri storicamente documentati, ma comunque decisamente verosimile – ed in ogni caso più verosimile della maggior parte dei racconti biblici ed evangelici, ai quali una quantità enorme di individui presta fede, pur in totale assenza di qualsiasi verifica storica, quando non addirittura in aperta contraddizione con la storia stessa.
Per motivi di spazio ci limiteremo ad enunciare alcuni fatti fondamentali.
Intorno al 1300 a.C. Akhenaton, passato alla storia come “il faraone ribelle o eretico”, contrappone un culto monoteista a quello politeista in vigore in tutto l’Egitto, forse continuando l’opera intrapresa da suo padre Amenophis III e fonda una nuova capitale ad Amarna, a circa 200 km a sud del Cairo. Il popolo resta però in maggioranza fedele agli antichi dei. Seguaci di Akhenaton e del nuovo ed unico dio Aton, saranno solo una esigua minoranza della popolazione egizia, alcune razze tipicamente africane e la quasi totalità degli hyksos, i discendenti delle tribù semite che intorno al XVII secolo a.C. avevano invaso il nord dell’Egitto dominandolo per due dinastie, prima di essere definitivamente sottomessi.

Dopo circa diciassette anni di governo, tuttavia, Akhenaton scompare nel nulla e la restaurazione politeista si accanisce contro di lui, con una accurata damnatio memoriae: quasi tutti i segni visibili del suo passaggio – iscrizioni, sculture, documenti – vengono così distrutti e la stessa città di Amarna rasa al suolo.
Secondo recenti ipotesi, un’insurrezione della popolazione, guidata dal clero tebano, costrinse il faraone eretico ad abbandonare l’Egitto, per stabilirsi presumibilmente in Palestina con tutti i suoi seguaci; a conferma di ciò esiste una lettera nella quale il governatore di Gerusalemme fa esplicito riferimento al divieto di abbandonare le terre dell’esilio.
L’identificazione del faraone ribelle ed esiliato Akhenaton col Mosè biblico dell’esodo ebraico, appare estremamente logica. Sono infatti facilmente rintracciabili le numerose analogie storiche, circostanziali e cronologiche tra i due personaggi. Lo stesso nome di Mosè sembra di origine egiziana ed il mito della sua infanzia – salvato dalle acque ed educato alla corte dei faraoni, in perfetta analogia col precedente mito del sumero Sargon – appare come il tentativo di mascherare una realtà che “non deve” essere divulgata.
Facciamo ora un salto in avanti di più di tremila anni: Egitto 1923, apertura ufficiale della tomba di Tutankhamen. Contravvenendo – come del resto era la regola a quei tempi – alla più elementari regole deontologiche, gli scopritori del sito archeologico, Lord Carnarvon e Howard Carter, avevano, circa tre mesi prima dell’apertura ufficiale, già violato in segreto la tomba, trafugando una moltitudine di oggetti preziosi e suppellettili che avrebbero arricchito il mercato clandestino delle antichità egizie, nonché, supponiamo, i loro personali patrimoni.

Ad un primo sommario inventario, tra gli oggetti “ufficialmente” ritrovati nella tomba sono presenti anche alcuni papiri; di essi si fa cenno nella corrispondenza privata dei due, in lettere inviate ad amici e colleghi; ma poco tempo dopo i suddetti papiri risultano inesistenti, cancellati dai successivi inventari. Interrogato in proposito, Carter dichiarerà trattarsi di un clamoroso errore: alcuni rotoli di lino presenti nella tomba erano stati sprovvedutamente scambiati per papiri.
Tale versione appare poco credibile, trattandosi di egittologi esperti – Carter, in particolare, ha alle spalle una lunghissima carriera – ma nessuno solleva obiezioni. Accade però che in un secondo momento, a seguito di vicende che non ci dilunghiamo a narrare, le autorità egiziane prospettino la possibilità di togliere a Carter la concessione per continuare gli scavi.
Questi allora si reca al consolato britannico e minaccia, nel caso in cui non gli fosse stata rinnovata la concessione, di svelare al mondo intero il contenuto dei papiri… fornendo, cioè, il vero resoconto dell’esodo degli ebrei dall’Egitto. Tale episodio è riportato da Lee Keedick (memorie, 1924 circa) con tale dovizia di particolari, da far ritenere improbabile che si tratti di una circostanza inventata, né risulterebbe intelligibile il motivo di una eventuale fantasiosa invenzione.
E’ pertanto perfettamente lecito, date tali premesse, supporre che la divulgazione del contenuto dei papiri avrebbe ottenuto effetti indesiderati a livello politico; ed è altrettanto lecito ipotizzare che i papiri narrassero la storia di Akhenaton e dell’esodo suo e dei suoi seguaci verso la Palestina.

Ricordando che era solo di pochi anni prima, la famigerata ‘Dichiarazione Balfour’ (ovvero il primo riconoscimento ufficiale delle aspirazioni sioniste in merito alla spartizione dell’Impero Ottomano, costituito da una lettera, scritta dall’allora ministro degli esteri inglese Arthur Balfour a Lord Rotschild – principale rappresentante della comunità ebraica inglese e referente del movimento sionista – con la quale il governo britannico affermava di guardare con favore alla creazione di un focolare ebraico in Palestina),si comprende come un documento che nella sostanza minava alla base i miti fondatori del movimento sionista – in particolare relativamente ad una presunta omogeneità razziale ed alla volontà di far ritorno alle terre dei propri presunti avi –avrebbe avuto nell’opinione pubblica mondiale un impatto dirompente, delegittimando definitivamente il movimento sionista stesso, che aveva già intrapreso a tappe forzate e con tutti i mezzi disponibili, non escluso il terrorismo, la colonizzazione della Palestina.

La divulgazione di tale materiale avrebbe, inoltre, fornito argomentazioni irrefutabili agli arabi, che in quegli anni manifestavano a Gerusalemme e altrove, contro l’appoggio britannico alla creazione di uno stato ebraico in Palestina.
Per inciso, vogliamo qui puntualizzare che, quand’anche fosse provata la omogeneità razziale delle popolazioni di religione ebraica (pur sembrandoci inverosimile far discendere dal medesimo ceppo razziale un askenazita ed un falashà) o fosse provata la presenza dominante in Palestina, tre millenni fa, dei progenitori degli attuali ebrei, questo non sarebbe sufficiente a rivendicare alcunché. Inoltre, ci hanno sempre ripetuto che uno stato fondato sulla razza costituisce il Male Assoluto… ma forse l’entità sionista fa eccezione a tale regola generale.
Esistono, inoltre, altre notizie interessanti a completare il quadro: lady Almina, moglie di Lord Carnarvon, era la figlia di Alfred de Rothschild, finanziere e parente stretto di Edmond de Rothschild, il banchiere ebreo promotore del primo congresso sionista a Basilea del 1897. E’ presumibile, quindi, che questi sia stato tempestivamente informato del contenuto dei papiri ed abbia effettuato le opportune contromosse per impedirne la divulgazione.
Nei dieci anni successivi alla scoperta della tomba di Tutankhamen, infatti, circa una quindicina di personaggi che avevano avuto qualche ruolo nei lavori di scavo e nella documentazione dei materiali rinvenuti, o semplicemente di questi erano amici o parenti, perirono in circostanze a dir poco misteriose: improbabili suicidi, strane malattie dai sintomi inspiegabili, anomali arresti cardiaci ecc.
Inoltre, la stampa dell’epoca accolse, amplificandola a dovere, la leggenda passata alla storia come “la maledizione del faraone”, e nessuno avanzò l’ipotesi che potesse semplicemente trattarsi di testimoni pericolosi, scomodi, cui doveva essere drasticamente impedito di raccontare ciò che forse sapevano.
Del resto, la pratica degli “omicidi mirati” per l’eliminazione di chiunque ostacoli l’entità sionista, non era ancora nota a tutti o da quasi tutti passivamente accettata.

11 febbraio 2017

Le virtù civiche nei dipinti di Jacques Louis David


La morte di Marat

Léonida alle Termopili

La morte di Socrate

Le Sabine

Il giuramento degli Orazi

I littori riportano a Bruto i corpi dei figli

La morte di Seneca