NULLA VERITAS SINE TRADITIONE


24 giugno 2023

Il mito di Atlantide



La leggenda di Ys, la mitica isola bretone sprofondata nelle acque marine a causa della sua corruzione, ricorda il più famoso mito di Atlantide, l’isola che sprofondò anch’essa in fondo all’oceano chiamato appunto “Atlantico”.

Di questo mito ci racconta il filosofo greco Platone, basandosi su alcuni documenti del sacerdote egiziano Sonchis di Sais, maestro del politico ateniese Solone.

Secondo la leggenda, il nome “Atlantide” sarebbe derivato dal gigante Atlante, signore dell’oceano e figlio di Poseidone. Egli fu il primo governatore dell’isola e colui che, secondo la mitologia classica, reggeva sulle sue spalle il peso del mondo. Si pensa che l’oceano “Atlantico” si chiami così proprio in seguito allo sprofondamento di Atlantide nelle sue acque.

Platone racconta che l’isola si trovava oltre le Colonne d’Ercole, ossia oltre l'odierno stretto di Gibilterra, che nei tempi antichi segnava la fine del mondo conosciuto: «… aveva l’isola Atlantide davanti al passaggio che voi chiamate Colonne d’Ercole».

Atlantide sarebbe, secondo Platone, sprofondata a causa di un terremoto o di un maremoto. Il fatto fu particolarmente eccezionale considerando che, secondo il filosofo, sarebbe avvenuto tutto in una sola notte: «nel volgere di un giorno e di una brutta notte».

Secondo un’altra versione della leggenda, la quale vuole dare un intento moralistico e fiabesco alla vicenda, Atlantide sarebbe sprofondata in mare per punizione divina, ossia per porre freno alla corruzione portata dalle sfrenate ricchezze accumulate dai suoi abitanti. Lo stesso Platone ci rivela che si trattava di un’isola molto fiorente poiché vi facevano scalo molti mercanti: «Serviva come passaggio alle altre isole a quelli che viaggiavano, e da queste parti si poteva raggiungere il continente, sulla riva opposta di questo mare» (per “continente” si intende l’Europa). L’isola era dunque un approdo sicuro per le navi che trasportavano ricchezze. Aggiunge Platone: «… allora per quel mare là si poteva passare».

Platone narra del mito di Atlantide nelle sue opere filosofiche “Timeo” e “Crizia”, ovvero nei dialoghi avvenuti nel 421 a.C. tra Socrate e i due filosofi citati, riportati nelle due opere intorno al 360 a.C.

Nel “Crizia” viene riferito che, secondo la leggenda tramandata dall’antico Egitto, lo sprofondamento dell’isola sarebbe avvenuto 9000 anni prima rispetto all’epoca dei dialoghi narrati. Tuttavia, oggi si è propensi a credere che la parola “anni” sia stata mal tradotta dall’egiziano, e che invece si trattasse di 9000 mesi, cosa che collocherebbe storicamente il fatto nel 1149 a.C. quando l’Egitto, governato dal faraone Ramses III, fu invaso dai popoli del mare.

Alcuni pensano però che quest’isola non sia mai esistita e che la leggenda sia stata inventata dal filosofo greco, e sia quindi uno dei tanti miti di cui si serviva a scopo didattico. Uno dei maggiori critici dell’autenticità della storia fu proprio l’allievo di Platone, Aristotele, a cui si attribuisce la celebre frase: «L’uomo che l’ha sognata (Atlantide), l’ha anche fatta scomparire».

Tuttavia, il mito dell’isola sotto il mare ha affascinato migliaia di scrittori, romanzieri e registi nel corso dei tempi fino ad arrivare ai giorni nostri.

Nel 1685 Johann Christian Bock scrisse il “De Atlantide ad Timaeum atque Critiam Platonis”, dove analizzò tutte le diverse ipotesi sul mito. Nel 1976, Charles Berlitz scrisse invece “Il mistero di Atlantide” (The mystery of Atlantis). Gli scritti più famosi sull’Atlantide sono però sicuramente quelli di Jules Verne, che la citò nel suo romanzo “Ventimila leghe sotto i mari” del 1870 (e in seguito scrisse “L’ isola misteriosa” del 1874).

Probabilmente, Platone si ispirò ad alcune leggende del mondo classico, importate o dal mondo ebraico (il diluvio universale). Nel IV secolo a.C., l’esploratore greco Pitea raccontò il mito dell’isola di Thule (citata anche da Tacito nel “De vita et moribus Iulii Agricolae”), fatta di fuoco e di ghiaccio e collocata lungo le coste della Britannia, altra leggenda che potrebbe aver ispirato il filosofo greco.

Il popolo dei Toltechi e degli Aztechi si diceva proveniente dalla bellissima isola di Aztlàn (nome che ricorda l’Atlantide) anticamente abitata dagli dèi, e la stessa cosa tramandavano gli indiani Dakota del Nord America. Tuttavia, tutti questi popoli avevano dovuto abbandonare la propria terra d’origine in seguito a diversi maremoti che l’avevano cancellata dalla carta geografica. Così afferma il Codex Chimalpopoca della tradizione azteca: «In un sol giorno tutto fu perduto… anche la montagna sparì sotto l’acqua». E il libro sacro dei Maya conferma: «… scomparve ad un tratto durante la notte». Anche queste leggende presentano una forte connessione con l’isola descritta da Platone.

Anche ad Haiti e nelle Antille si crede ad un’inondazione avvenuta in epoca antichissima, che cancellò interi continenti lasciando intatte solo le montagne e le isole.

Nell’Ottocento, dal mito di Atlantide nacque quello dell’isola o continente Lemuria, considerata posta tra l’India e l’Africa prima della deriva dei continenti: la presenza di lemuri in Madagascar e in India, ma non nel continente africano, spinse nel 1864 lo zoologo britannico Philip Sclater a ipotizzare che un tempo il Madagascar facesse parte di un continente andato perduto, a sud di quello indiano. Un’altra isola immaginaria di cui nacque il mito nell’Ottocento fu quella di Mu, nell’Oceano Pacifico, ispirata dagli scritti di Charles Étienne Brasseur de Bourbourg.


19 maggio 2023

La leggenda di Ys

 


La Bretagna, importante regione situata a nord-ovest della Francia, è legata alla leggenda della mitica isola di Ys, situata nella baia di Douarnenez, che in bretone significa appunto “territorio dell’isola“. Il nome “Ys“, invece, potrebbe derivare dal francese arcaico “isle” che significa infatti “isola”.

Nei secoli antichi, l’isola di Ys esisteva veramente, ma nel V secolo d.C. venne completamente sommersa dalla marea e cancellata dalla carta geografica, a causa di un terribile maremoto. Le sue rovine sono ancora visibili in fondo all’Oceano Atlantico e per molti secoli si è continuato a pregare e celebrare messe per l’anima dei suoi defunti abitanti.

Questo evento storico ha dato vita ad un’affascinante leggenda secondo cui quest’isola, situata sotto al livello del mare, riuscisse inizialmente a rimanere perfettamente asciutta grazie a un sistema di dighe ben chiuse a chiave che la proteggevano dall’acqua.

Il re dell’isola era il buon Gradlon, nome talvolta tradotto come “Grallon “. Questo re era saggio e giusto, e si era trasferito sull’isola dalla Cornovaglia, regione della Gran Bretagna.

Un giorno affidò le chiavi delle dighe alla sua unica e bellissima figlia Dahud (o Dahut). Di questa principessa si diceva che avesse una straordinaria bellezza ma anche un atteggiamento dissoluto, e che fosse dedita a riti pagani, se non addirittura alla stregoneria.

Per questo, di lei si innamorò il Diavolo, che venne a trovarla travestito da giovane e affascinante straniero. Egli riuscì a plagiarla durante un ballo e a convincerla a cedergli le chiavi che il padre le aveva affidato (secondo un’altra versione, gliele sottrasse di nascosto durante il ballo). Dopodiché, il diavolo le usò per aprire le dighe dell’isola e, una volta avvenuto il misfatto, questa venne completamente sommersa dall’acqua e distrutta.

Riuscirono a salvarsi solamente il re e pochi abitanti, a scapito, però, della vita della principessa Dahud: infatti, per salvare la sua anima posseduta dal demonio, San Guénolé (o addirittura Dio in persona, secondo altre versioni) ordinò al re di gettarla in mare per liberarla dalla sua possessione diabolica.

La principessa non morì ma venne trasformata in una sirena che continuò ad abitare l’oceano e ad affascinare i marinai col suo canto.

Questa leggenda vuole dare una spiegazione soprannaturale a un evento storico realmente avvenuto ma anche mettere in guardia dal peccato e dai riti pagani. Nata nel V secolo d.C., quando in Bretagna avvenivano le prime conversioni al Cristianesimo, la leggenda vuole dimostrare come il paganesimo e la vita dissoluta siano fonte di tragedie e sofferenze.

In questa leggenda viene anche menzionato San Guénolé, il patrono di Quimper, la città che sorge vicino alle rovine dell’isola. Il suo nome viene talvolta tradotto in italiano come “Corentino”, un importante personaggio storico che nacque in Cornovaglia e migrò in Bretagna all’inizio del V secolo.

Egli fu eremita e vescovo di Quimper, ordinato proprio dal suo amico, il leggendario re Gradlon. Si racconta che la loro amicizia nacque quando il re smarrì la strada durante una battuta di caccia e capitò nell’eremo del santo, il quale lo sfamò con del pesce appena pescato.

Molto probabilmente anche questa leggenda è un’allusione alla conversione dei Britanni al cristianesimo: il re Gradlon, dedito ai culti pagani, aveva metaforicamente “smarrito la via” alla ricerca della verità. Si era poi imbattuto nell’eremo di Guénolé, il quale gli aveva fatto conoscere Gesù Cristo simboleggiato dalla figura del “pesce” (in greco “ichthýs“, parola formata dalle iniziali di “Iesùs Christòs Theù Hyiòs Sotèr “: Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore).

Questa leggenda, assieme alle storie del “Ciclo Bretone” della “Chanson de Geste” su Camelot e i Cavalieri della Tavola Rotonda, è una delle testimonianze del particolare periodo storico che segna il passaggio tra l’Epoca Classica e il Medioevo, periodo contraddistinto da grandi invasioni e alterazioni culturali, ma soprattutto dalla conversione delle tribù barbariche dal Paganesimo al Cristianesimo.


14 aprile 2023

Non abbiamo fratelli maggiori

 


L’Antica Alleanza è ancora valida? Gli ebrei devono convertirsi a Cristo? Che cos’è veramente Israele? Chi sono i giudaizzanti? Ha senso parlare di “radici giudaico-cristiane”?

Perché l’Antica Alleanza è stata revocata e gli ebrei hanno bisogno di Gesù per salvarsi.

Il libro di don Curzio Nitoglia mostra gli errori di Ratzinger e Bergoglio riguardo al problema ebraico/talmudico, affrontando, in maniera specifica: la questione del “Deicidio”; il problema se i giudei crocifissori di Gesù sapessero che Egli era Dio; quale sia l’atteggiamento di Dio nei confronti del Giudaismo religione post-biblica dopo il Deicidio; il grave problema di Fede che la Dichiarazione “Nostra aetate” pone alla coscienza dei cattolici fedeli; infine – studiando questi quattro quesiti alla luce della teologia cattolica tradizionale – la questione del giudeo-cristianesimo e dei cristiani giudaizzanti, purtroppo convogliati, autorizzati e spinti a “giudaizzare” tranquillamente da Bergoglio in maniera esplicita e ancor più da Ratzinger in maniera quasi occulta o occultata.

Il 28 ottobre del 1965 venne promulgata la dichiarazione conciliare “Nostra aetate” sui rapporti tra Giudaismo post-biblico o talmudico (ben distinto dal Vecchio Testamento) e Cristianesimo. A partire da essa vi è stata una vera “sovversione” della dottrina cattolica sul tema della contro-religione giudaica-post-cristiana.

Giovanni Paolo II ha fatto di “Nostra aetate” il “cavallo di battaglia” del suo lungo pontificato e l’ha diffusa dappertutto. Egli – appena due anni dopo la sua elezione pontificia – ha dichiarato, alla luce di “Nostra aetate”, che “l’Antica Alleanza non è stata mai revocata” (Discorso di Magonza, 17 novembre 1980) e, sei anni dopo, che “gli ebrei sono fratelli maggiori dei cristiani nella Fede di Abramo” (Discorso alla sinagoga di Roma, 13 aprile 1986).

A partire da queste due asserzioni (oggettivamente contrarie alla fede cattolica), sia Benedetto XVI sia Francesco non solo hanno ribadito i medesimi errori ma – come spiega don Curzio Nitoglia nel suo libro – ne hanno esplicitati dei nuovi (“gli ebrei post-biblici non hanno bisogno di Gesù per salvarsi”), già contenuti virtualmente in esse e in “Nostra aetate”.

La dottrina cattolica insegna, al contrario: 1. che gli ebrei sono fratelli maggiormente separati dei cristiani e non loro fratelli maggiori nella fede; 2. che l’Antica Alleanza è stata rimpiazzata dalla Nuova ed Eterna Alleanza; 3. che tutti gli uomini (ebrei compresi) hanno bisogno di Gesù (unico Redentore universale dell’umanità) per salvarsi.

Infine – nei primi mesi dell’anno 2019 – è stato pubblicato il libro “La Bibbia dell’Amicizia. Brani della Torah/Pentateuco commentati da ebrei e cristiani” con una “Prefazione” a cura di Bergoglio. Subito dopo – verso il mese di aprile del medesimo anno – è uscito un secondo libro sullo stesso tema, intitolato “Ebrei e Cristiani”, scritto da Benedetto XVI in collaborazione col rabbino-capo di Vienna, Arie Folger.

In questi due libri Francesco e Benedetto XVI spargono numerosi errori, se non vere e proprie eresie materiali, riguardo alla Fede nella divinità di Cristo, alla Ss. Trinità, ai rapporti tra Antico e Nuovo Testamento, alla Redenzione universale di Gesù e al dogma “Extra Ecclesiam nulla salus!”.