NULLA VERITAS SINE TRADITIONE

14 novembre 2020

Lʼorigine ellenica del Cristianesimo (prima parte)

 


È consuetudine considerare che lʼorigine del cristianesimo sia ebraica. In effetti, i Vangeli, almeno tre di loro, fanno frequenti allusioni ai testi della Bibbia mosaica, tentando, attraverso genealogie, che sono diverse, di rendere Gesù discendente di Davide da Giuseppe (che, tuttavia, non è considerato suo padre).

Il Vangelo di Giovanni è unʼeccezione: in primo luogo, è stato scritto in greco e contiene rare allusioni alla Bibbia. Vedremo che le uniche allusioni che vengono fatte sono interpolazioni.

La chiesa cristiana, nella sua origine, era greca; i primi Padri della Chiesa erano greci e vi furono quattordici papi greci.

Cristo doveva parlare greco. Nel capitolo VII, 35 di Giovanni, gli ebrei sono preoccupati di vederlo andare e insegnare ai greci.

Dʼaltra parte, la lingua greca fu usata durante i primi secoli per predicare il Vangelo e per le cerimonie di culto, officiate in greco fino alla fine del V secolo. Il latino fu introdotto solo dopo che San Girolamo scrisse la Vulgata.

I dodici apostoli scelsero, per la distribuzione degli aiuti della Chiesa primitiva, sette diaconi, tutti elleni. Uno di loro, Stefano, si distinse per la sua accattivante eloquenza, attaccando frontalmente il giudaismo. Non cessò di parlare contro il Tempio e contro la Legge, fu perseguitato e obbligato ad apparire davanti al Sinedrio, dove fece una lunga e violenta requisitoria contro gli Israeliti, contro la loro idolatria e la durezza dei loro cuori. Le sue parole provocano un tumulto violento, fu trascinato fuori dalle mura e lapidato. È morto, calmo, perdonando i suoi carnefici. Fu il primo martire. A questo calvario hanno partecipato Paolo di Tarso, incaricato di recarsi a Damasco per distruggere, col ferro e fuoco, la setta dei cristiani. Sappiamo cosa è successo e come gli è apparso Cristo, dicendo: «Saulo, perché mi perseguiti?». Fu battezzato e prese il nome di Paolo (Paulus: il piccolo).

Se Cristo non fu compreso dagli ebrei, dʼaltra parte, la sua predicazione avrebbe trovato simpatia tra i Greci, a cui era legata la sua dottrina. Ciò è implicitamente espresso in questo passaggio del capitolo XII del 4° Vangelo, dove vediamo i Greci dichiarare a Filippo, che era di Betsaida, una città abitata da molti Greci, il suo desiderio di vedere Cristo e di parlare con lui, che provoca questa riflessione dei suoi Maestri:

«È giunto il momento in cui il Figlio dellʼUomo deve essere glorificato». In realtà, Cristo non sarà glorificato dagli ebrei, poiché essi lo condanneranno a morte, ma dai greci.

Ecco cosa dice Reuss su questo capitolo XII:

«Lʼautore è giunto alla fine della vita pubblica di Gesù. Viene disegnata lʼimmagine del tragico conflitto tra la nuova rivelazione e lo spirito ebraico. Una piccola minoranza credeva; una potente maggioranza non solo era sorda allʼappello ma si preparava a distruggere violentemente lʼopera della rigenerazione del mondo, appena iniziata. Da allora in poi, si dice tutto su questo antagonismo. Il lettore sente lʼimminente catastrofe. Qui, allʼimprovviso, un nuovo orizzonte si apre davanti ai suoi occhi, una prospettiva, ancora tutta ideale e profetica, e fa intravedere, per una causa apparentemente compromessa, se non persa, della gloriosa conquista del mondo pagano, una compensazione luminosa e piena di futuro che presto dimenticherà la resistenza, tanto meschina quanto cattiva, del mondo ebraico».

Ciò che lʼautore chiama il mondo pagano è il mondo greco. In realtà, questo sarà il mondo in grado di comprendere meglio la dottrina di Cristo, motivo per cui la Chiesa greco-ortodossa pretende essere la più vicina a quella dottrina rispetto alla Chiesa romana.

«Il giudaismo, scrive Renan, ha fornito il lievito che ha causato la fermentazione ma ciò si è verificato al di fuori di esso. Lʼelemento ellenico e romano, in primo luogo, lʼelemento germanico e celtico, in seguito, ha preso completamente il primato, cogliendo il cristianesimo esclusivamente e sviluppandolo in un senso molto diverso dalle sue origini primitive».

«Il cristianesimo, ha scritto Matyla Ghyka, da un punto di vista ideologico ed efficace, non sarebbe una religione semitica, ma una religione greco-egiziana, alla quale la Grecia ha contribuito con il pitagorismo. E questo, a sua volta, trasse le sue origini dalle tradizioni nordiche iperboree».

«Quello che i cristiani chiamano il Nuovo Testamento, ha scritto Ernest Havet, è costituito solo da libri greci». Fu per i Greci che furono scritte le lettere di Paolo; nellʼAsia greca sorgono le sette Chiese a cui è rivolta lʼApocalisse. Tutti i dogmi cristiani sono stati formulati in greco, nei concili greci. Le parole dogma, mistero, catechismo; i nomi di sacerdoti, vescovo, diacono, monaco, la stessa parola teologia, tutto è greco. In breve, il mondo greco divenne il mondo cristiano. Pertanto, è nel mondo greco che deve iniziare lo studio del cristianesimo.

«La Chiesa, aggiunge, dal momento in cui ha iniziato a riflettere sulla propria fede, non ha potuto fare a meno di riconoscere quanto ciò che si chiamava cristianesimo fosse ellenistico o, se si vuole, quanto ellenismo fosse cristiano. Alcuni dei suoi santi padri, Giustino, Clemente di Alessandria, essi stessi impregnati di saggezza ellenica, non avevano paura di confessare questi punti di conformità, e se ne vantavano persino».

«Continuo a credere, dice ancora, che, qualunque sia la parte del giudaismo nella rivoluzione cristiana, quella dellʼellenismo sia molto più notevole. I primi due vangeli sono ancora più ellenici delle lettere di Paolo; il terzo e il Libro degli Atti, ancora di più; per quanto riguarda il quarto, non è rimasto nulla, per così dire, del giudaismo».

Paul Le Cour

(continua)